IPA: cos’è, come riconoscerla e perché piace tanto

Due pinte di IPA artigianale dorata e leggermente velata su un bancone di legno consumato, con gocce di condensa sul bicchiere

Sei seduto al tavolo, arriva il cameriere e dice che la birra del giorno è una IPA. Tu annuisci, ma dentro pensi: “Cos’è una IPA, esattamente?”. Tranquillo, succede a tutti. Quella sigla che campeggia su etichette e menu di mezzo mondo sta per India Pale Ale, ed è oggi uno degli stili più amati nel mondo della birra artigianale.

In questo articolo proviamo a spiegarlo senza gergo da sommelier e senza snobismi: storia, caratteristiche, sottostili, e qualche indirizzo concreto nel Nord-Est per iniziare a esplorarla dal vivo.

Dove nasce questa birra: una storia di navi e luppolo

Siamo alla fine del Settecento, in Inghilterra. Le navi della East India Company partono dai moli di Londra e ci mettono mesi per raggiungere le colonie in India. In quel viaggio, tra caldo, umidità e sbalzi di temperatura, la birra soffre: si deteriora, diventa acida, arriva imbevibile. La soluzione trovata dai birrai dell’epoca fu semplice quanto efficace: più luppolo e più alcol, entrambi ottimi conservanti naturali. La birra che arrivava in India era così più amara, più stabile, più luppolata di qualsiasi altra cosa si producesse in Europa.

Uno dei nomi più legati a questo periodo è George Hodgson, della Bow Brewery di Londra. Il suo birrificio si trovava vicino ai moli e aveva un vantaggio logistico enorme: poteva caricare la birra sulle navi a condizioni molto vantaggiose. Hodgson divenne uno dei principali fornitori per il mercato indiano tra il 1800 e il 1813, esportando migliaia di barili l’anno. Poi arrivò la concorrenza di Burton-upon-Trent, una città inglese nota per le sue acque ricche di solfati, perfette per esaltare il luppolo. Birrifici come Bass e Allsopp affinarono ulteriormente lo stile, e l’India Pale Ale divenne famosa anche in patria.

Nel corso del Novecento la IPA perse progressivamente popolarità, fino quasi a sparire dalle produzioni mainstream. Poi, negli anni Ottanta e Novanta, i birrai artigianali americani la riscoprono e la reinventano completamente: nuovi luppoli americani, profumi intensi di frutta tropicale e agrumi, un’identità tutta nuova. Da stile da esportazione coloniale, la IPA diventa il simbolo della rivoluzione craft. Oggi anche l’Italia produce IPA di ottimo livello, con esempi premiati a livello nazionale.

Cos’è una IPA: definizione e caratteristiche principali

L’amaro e la scala IBU

La prima cosa che noti in una IPA è l’amaro. Non il tipo di amaro del caffè bruciato o del cioccolato fondente: è un amaro erbaceo, resinoso, agrumato, che si fa sentire ma non pizzica in modo spiacevole. Per misurarlo si usa la scala IBU (International Bitterness Unit), che indica l’amaro teorico di una birra. Le IPA classiche si trovano tra 40 e 70 IBU, anche se alcune versioni superano abbondantemente questa soglia. Molte lager commerciali si attestano su valori molto più bassi, spesso sotto i 20 IBU: abbastanza per capire la differenza.

Gradazione, corpo ed effervescenza

La gradazione alcolica, indicata sull’etichetta come ABV (percentuale di alcol in volume), nelle IPA standard va dal 5% al 7,5%. Non sono birre da bere in scioltezza senza accorgersene, ma nemmeno beveroni pesanti. Il corpo e l’effervescenza variano sensibilmente a seconda del sottostile: una West Coast tende a essere più secca e snella, mentre una NEIPA ha solitamente un corpo più pieno e una sensazione in bocca più morbida. Due IPA possono avere lo stesso ABV e profumi completamente diversi: tutto dipende dal luppolo usato e da come è stato aggiunto.

Il luppolo e il dry hopping: perché alcune IPA profumano così tanto

Dry hopping: cos’è e come funziona

Il luppolo è il cuore di una IPA, ma non tutto il luppolo fa la stessa cosa. Quello aggiunto all’inizio della bollitura dà principalmente amaro, perché il calore trasforma le sue sostanze in composti amaricanti. Il luppolo aggiunto tardi, verso la fine della bollitura o nel “whirlpool” (il momento di circolazione del mosto dopo la cottura), preserva invece gli aromi, perché le sostanze profumate sono volatili e svaniscono con il calore prolungato. Più aspetti prima di aggiungerlo, più profumo resta nella birra.

Poi c’è il dry hopping: l’aggiunta di luppolo a freddo, direttamente nel fermentatore o durante la maturazione, senza alcuna bollitura. Non aumenta l’amaro, ma amplifica enormemente gli aromi. È la tecnica che spiega perché certe IPA profumano di mango fresco, frutto della passione, pompelmo o resina appena tagliata ancora prima di arrivare al primo sorso. Quando su un’etichetta leggi DDH (Double Dry Hopped) significa che il dry hopping è stato fatto due volte, con un profilo olfattivo ancora più esplosivo. Le NEIPA ricorrono spesso a questa tecnica proprio per costruire quell’intensità aromatica che le contraddistingue.

Le varietà di luppolo più usate nelle IPA artigianali

Capire i luppoli aiuta a capire cosa hai nel bicchiere, anche senza essere un esperto. Ogni varietà ha un carattere preciso, e molti birrifici artigianali li indicano sull’etichetta proprio perché sono parte dell’identità della birra.

Il Citra è probabilmente il più riconoscibile: porta aromi netti di frutta tropicale, lime e frutto della passione. Quando una IPA profuma intensamente di agrumi esotici, spesso c’è Citra di mezzo. Il Simcoe ha un carattere più complesso: note resinose e agrumate si mescolano a una componente quasi terrosa e a volte di pino, che lo rende immediatamente riconoscibile a chi lo ha già incontrato. L’Amarillo introduce sentori di arancio, pesca e fiori, più morbido e rotondo rispetto agli altri due. Il Mosaic è forse il più versatile di tutti: combina frutti esotici, frutti di bosco e sfumature erbacee in un profilo che cambia molto a seconda di come viene utilizzato e con quali altri luppoli viene abbinato.

Esistono poi luppoli più recenti e meno diffusi, come il Galaxy (australiano, con note di frutto della passione molto nette) e il Nelson Sauvin (neozelandese, con sentori quasi vinosi che ricordano il Sauvignon Blanc). Molti birrifici li combinano: Citra e Mosaic insieme, ad esempio, danno un profilo aromatico bilanciato e riconoscibile che trovi spesso nelle NEIPA italiane di qualità.

I principali sottostili IPA: quale fa per te?

La West Coast IPA è lo stile “tosto”: amara, secca, limpida nel bicchiere, con un finale pulito che non perdona chi non ama l’amaro. Le note sono resinose, agrumate, a volte quasi pungenti come la resina di pino. È lo stile classico moderno, quello che i birrai americani hanno reso famoso negli anni Novanta.

La English IPA è la versione più antica e più equilibrata: più corpo maltato, luppoli inglesi floreali ed erbacei, meno aggressività. Un buon punto di partenza per chi si avvicina per la prima volta alle birre luppolate.

La NEIPA (New England IPA) è la vera rivoluzione degli ultimi anni. L’aspetto è opalescente, quasi torbido come un succo di frutta, e l’amaro è contenuto. Quello che domina sono gli aromi: mango, pesca, ananas, agrumi succosi. La sensazione in bocca è morbida, piena, quasi “juicy” come la chiamano i birrai anglosassoni. Se ti spaventa l’amaro di una West Coast, la NEIPA è il posto giusto da cui cominciare.

La Session IPA sta spesso sotto i 4,5% ABV: mantiene il carattere luppolato ma è leggera e beverina, ideale quando vuoi stare seduto un po’ senza saturare il palato dopo due bicchieri. È lo stile che convince molti scettici, perché dimostra che una birra può essere aromatica e luppolata senza essere pesante.

La Double IPA, o Imperial IPA, fa tutto il contrario: più luppolo, più alcol (spesso sopra il 7,5%), più intensità su ogni fronte. È una birra da sorseggiare lentamente, con rispetto.

La Black IPA è forse il sottostile più sorprendente. Il colore è scuro, quasi come uno stout, ma il profilo aromatico è quello di una IPA: luppoli resinosi e agrumati in primo piano, con un fondo tostato che aggiunge complessità senza mai dominare. Chi la incontra per la prima volta spesso si aspetta qualcosa di dolce e pesante, e rimane piacevolmente spiazzato.

Come riconoscere una IPA nel bicchiere e sull’etichetta

Il colore di una IPA va dal giallo paglierino all’ambrato ramato. Le NEIPA hanno quell’aspetto torbido e opaco caratteristico, quasi un bicchiere di succo di frutta. La schiuma è solitamente compatta e persistente: a contribuire alla sua tenuta sono principalmente le proteine derivate dal malto, mentre i composti del luppolo, resine e polifenoli, possono influire sulla stabilità senza esserne la fonte primaria. Osservando il bicchiere si capisce già molto: se è limpida e color oro, probabilmente è una West Coast o una English; se è torbida e quasi arancione, è quasi certamente una NEIPA.

Non tutte le etichette riportano l’IBU, ma molti birrifici artigianali lo indicano con orgoglio. La regola pratica è semplice: sotto i 40 IBU la birra sarà equilibrata e accessibile, sopra i 60 preparati a un amaro deciso. In Italia e nell’Unione Europea, l’ABV deve essere indicato per legge su ogni etichetta. Con questi due numeri e il nome del sottostile, hai già tutte le informazioni per capire cosa stai per bere prima ancora di stappare la bottiglia.

Abbinamenti con il cibo

L’amaro del luppolo ha una proprietà utile a tavola: pulisce il palato dai grassi e dalle proteine. Per questo le IPA, soprattutto le West Coast, funzionano benissimo con hamburger, pizza con salumi piccanti, formaggi stagionati e intensi come il gorgonzola, fritture di ogni tipo e curry speziati. L’amaro taglia la ricchezza del cibo e ogni boccone sembra il primo. La Session IPA, più leggera, è perfetta come aperitivo con qualcosa di salato da sgranocchiare.

La NEIPA gioca una partita diversa. Più morbida e fruttata, si abbina meglio a piatti delicati che ne valorizzino il lato tropicale: sushi, ceviche, tacos di pesce, pollo grigliato, curry thai con latte di cocco. I formaggi freschi, come un caprino o un brie cremoso, reggono benissimo il suo profilo morbido senza coprire gli aromi. Anche un cheesecake ai frutti di bosco funziona sorprendentemente bene.

Qualche IPA da provare nel Nord-Est

La teoria è utile, ma una IPA si capisce davvero solo bevendola. Ecco alcune etichette che abbiamo provato di persona e che ci hanno convinto, tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

Da Bradipongo, microbirrificio e brewpub a San Martino di Colle Umberto (TV), vengono due IPA che vale la pena cercare: la BradIpa, una IPA diretta e ben costruita, e la Steeka, una American IPA davvero speciale, molto saporita e profumatissima. Una di quelle birre che ordini e poi non smetti più.

Zuppa di Sasso, microbirrificio e brewpub a Motta di Livenza (TV), produce la Tap to Start, una Session IPA al 3,8% che è esattamente quello che dovrebbe essere: leggera, beverina, profumata e molto saporita. L’abbiamo scoperta quasi per caso e ci siamo ritrovati a berla per tutta la serata senza mai stancarci. Per chi non è ancora sicuro di amare le IPA, è un ottimo posto da cui cominciare. Siamo anche tornati a casa con qualche bottiglia per assaggiarle con calma, e tra queste c’era la Yurei Haze, una NEIPA al 6,5% che ci ha sorpreso: fruttata, densa, con una torbidità vera che non lascia dubbi sullo stile. Una delle NEIPA più hazy che abbiamo assaggiato finora.

Da La Ru Birrificio Artigianale Bosco Fagarè a Cornuda (TV) arrivano invece tre interpretazioni molto diverse dello stile: la New England IPA, morbida e aromatica come ci si aspetta da una NEIPA di qualità, la American IPA Fresh Hops, disponibile in lattina, che porta in ogni sorso il profumo fresco e immediato del luppolo appena raccolto, e la LINFHA, una IPA con una personalità precisa e riconoscibile. La selezione di La Ru è tra le più interessanti che abbiamo trovato in zona.

Se vuoi esplorare altri stili di birra artigianale italiana e capire da dove iniziare in base ai tuoi gusti, dai un’occhiata alla nostra guida agli stili di birra artigianale: trovi profili, suggerimenti e qualche indirizzo per orientarti.

Spostandoci in Friuli-Venezia Giulia, le sorprese non mancano. Al Sapori ProLoco di Villa Manin, a Codroipo (UD), abbiamo assaggiato la Dove canta la Rana del Birrificio Campestre: una Session IPA al 4% e 54 IBU che ci ha colpiti subito. Molto profumata, con un amaro netto ma bilanciato da una freschezza agrumata precisa. Beverina senza essere banale. Un birrificio che dobbiamo ancora visitare di persona, ma che già ci ha convinti.

Sempre a Villa Manin abbiamo incontrato la Pert Beach di Garlatti Costa, birrificio famigliare di Forgaria nel Friuli (UD): una Session Aussie IPA al 4,5% con un bel profumo di frutta tropicale e un sapore leggero, meno amaro della Campestre. Piacevole e facile da bere, perfetta per chi si avvicina alle IPA senza voler partire dall’amaro più deciso.

A casa, invece, abbiamo aperto una bottiglia di Grava, del birrificio artigianale friulano La Birra di Meni di Cavasso Nuovo (PN): una IPA che ci ha sorpresi per la sua complessità. Amara e dolce allo stesso tempo, con un profumo che anticipa esattamente quello che poi senti in bocca. Paulo ha riconosciuto nel dolce qualcosa che ricordava il miele di castagno, e non è un paragone lontano. Una birra particolare, con una personalità precisa. Molto raccomandata.

Da dove inizi?

Che cos’è una IPA, in sintesi? Una birra luppolata, amara e aromatica nata in Inghilterra per sopravvivere a mesi di navigazione, reinventata dagli americani negli anni Novanta e oggi prodotta in Italia con risultati molto interessanti. Esistono sottostili per ogni gusto: dalla NEIPA morbida e fruttata, ideale per chi non è ancora abituato a un amaro deciso, alla West Coast secca e resinosa per chi vuole sentire il luppolo fino in fondo, fino alla Session per chi cerca qualcosa di leggero ma non banale.

Scegli il sottostile che ti incuriosisce di più e comincia da lì. E se hai già una IPA preferita, o un birrificio del Nord-Est che secondo te meriterebbe di stare in questa lista, faccelo sapere.

Quello che ci portiamo a casa:

La IPA nasce in Inghilterra come birra da viaggio, sopravvissuta ai mesi di navigazione grazie al luppolo e all’alcol: una storia di necessità che ha dato vita a uno degli stili più amati al mondo.
L’amaro non è tutto: il luppolo in una IPA serve soprattutto per gli aromi. Dry hopping e DDH sono le tecniche che spiegano perché certe IPA profumano di frutta tropicale ancora prima del primo sorso.
Esistono sottostili per ogni gusto: dalla West Coast secca e resinosa alla NEIPA morbida e fruttata, passando per la Session leggera e beverina e la Black IPA che sorprende sempre chi la incontra per la prima volta.
IBU e ABV sull’etichetta sono i tuoi migliori alleati: due numeri che ti dicono quasi tutto su cosa stai per bere prima ancora di aprire la bottiglia o la lattina.
Nel Nord-Est le sorprese non mancano: dal Veneto al Friuli-Venezia Giulia, Bradipongo, Zuppa di Sasso, La Ru, Birrificio Campestre, Garlatti Costa e La Birra di Meni sono tutti buoni motivi per uscire e cercare il prossimo bicchiere.
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