Birra IGA: cos’è la Italian Grape Ale e dove trovarla in Friuli e Veneto

Bicchiere di birra IGA tenuto in mano in una piazza italiana, con taccuino di degustazione sul tavolo

Hai in mano un bicchiere che profuma di pesca bianca e fiori, con qualcosa di fruttato che ricorda vagamente il vino. È effervescente, fresco, si beve con facilità. Eppure non è un vino. Non è nemmeno una birra alla frutta nel senso classico del termine. È qualcosa di più preciso e di più interessante: una birra IGA, ovvero una Italian Grape Ale, uno stile tutto italiano che sta conquistando sempre più curiosi.

In due parole: la IGA è uno stile di birra ad alta fermentazione prodotta con lieviti che lavorano a temperature più alte, come le ale anglosassoni, in cui viene aggiunta uva o un derivato dell’uva durante la produzione. Non è una birra aromatizzata con sciroppo di frutta, e non è un ibrido vino-birra improvvisato. È uno stile codificato, riconosciuto a livello internazionale e nato in Italia.

In questo articolo trovi tutto quello che ti serve per capire la birra IGA: come è nata, come si produce, che sapore ha nel bicchiere, quali vitigni italiani entrano in gioco e dove assaggiarla in Italia, soprattutto in Friuli e Veneto.

Come nasce la birra IGA: la storia di uno stile tutto italiano

2006, un birrificio sardo e una sapa di Cannonau

La storia comincia in Sardegna, nel 2006. Il birraio Nicola Perra, del birrificio artigianale Barley, ha un’idea semplice ma coraggiosa: aggiungere sapa di uve Cannonau a una Imperial Stout, una birra scura e intensa. La sapa è il mosto cotto e concentrato ottenuto dalla lunga cottura del succo d’uva: un ingrediente con radici antichissime nella tradizione contadina mediterranea. La birra si chiama BB10 e al naso porta caramello, cacao, prugna e amarena, con un fondo vinoso morbido che non aveva precedenti nel panorama birrario italiano.

Non era un esperimento casuale. La Sardegna ha una tradizione vinicola millenaria, e Perra viveva immerso in quella cultura. L’intuizione era far dialogare due mondi che nessuno aveva ancora avvicinato in modo sistematico: i birrifici artigianali e i vigneti italiani.

Dal birrificio artigianale al riconoscimento internazionale

Tra il 2008 e il 2012, Barley lancia altre birre che approfondiscono il filone, e altri birrifici italiani cominciano a seguire la stessa direzione, ciascuno con il proprio vitigno, la propria tecnica, il proprio territorio. Lo stile prende forma e coerenza. Nel 2014 viene presentato al BJCP (Beer Judge Certification Program), l’organizzazione internazionale che classifica e certifica gli stili di birra di tutto il mondo. Un anno dopo, nel 2015, la IGA entra ufficialmente nella guida BJCP: è il primo stile fortemente associato all’Italia e alla sua tradizione vitivinicola a ottenere questo riconoscimento.

Treccani la definisce con precisione: “birra ad alta fermentazione contenente anche una percentuale di uva, mosto o mosto cotto”. Poche parole, ma sufficienti per capire di cosa si tratta.

Come si mette l’uva in una birra (senza che diventi un vino)

Mosto, vinacce, macerazione: le forme dell’uva in birreria

L’uva può entrare in una IGA in forme molto diverse, e ognuna porta al bicchiere qualcosa di specifico. La forma più comune è la birra al mosto d’uva: il succo ottenuto dalla spremitura viene aggiunto in percentuale variabile rispetto al mosto di cereali. Un’altra strada sono le vinacce, i residui solidi della pigiatura, bucce e vinaccioli compresi, ricchi di tannini, colore e aromi. Alcuni birrai usano uva intera, altri il mosto cotto o sapa, che dà un contributo più intenso e scuro, simile a quello che Barley esplorò per primo.

La macerazione è la tecnica con cui l’uva o le vinacce restano a contatto con il mosto o con la birra per un certo tempo, per estrarre lentamente aromi, colore e struttura. È la stessa logica che si usa nella produzione del vino rosso, applicata però in un contesto completamente diverso.

Il momento dell’aggiunta cambia tutto

Se si aggiunge l’uva in bollitura, durante la cottura del mosto ad alte temperature, si ottiene più integrazione, più corpo e una birra più stabile. Se si aggiunge in fermentazione primaria, i profumi tipici dell’uva si preservano meglio e interagiscono direttamente con il lievito. Se l’aggiunta avviene in maturazione, il profilo del vitigno emerge in modo più delicato e controllato, quasi sussurrato.

Un birraio che vuole una IGA fresca, aromatica e beverina usa strategie diverse da chi cerca una birra strutturata, vinosa e da meditazione. È proprio questa libertà che rende lo stile così vario e difficile da inquadrare in modo rigido.

Cosa senti quando bevi una birra IGA: profilo aromatico e struttura

Il profilo tipico: fruttato, vinoso, fresco

Nel bicchiere, una IGA porta quasi sempre un profilo fruttato con una nota vinosa di fondo. Il tipo di frutto dipende dall’uva: con uve bianche si trovano spesso pesca, albicocca, frutta tropicale, a volte sfumature floreali o di mandorla. Con uve rosse arrivano ciliegia, fragola, frutti di bosco, a volte marasca. Il corpo è di solito leggero o medio, la chiusura spesso secca, con una freschezza che rende la birra molto beverina.

L’acidità è una caratteristica frequente nelle IGA: presente, piacevole, a volte vivace, mai aggressiva. Serve a dare freschezza e a sostenere la componente fruttata senza coprirla. Il profilo cambia moltissimo in base al vitigno usato, il che rende ogni IGA una scoperta a sé.

IGA, sour e birre fruttate: tre cose diverse

Molti confondono la IGA con altri stili che hanno qualcosa in comune. Le sour, per esempio, puntano sull’acidità come elemento centrale: un’acidità spesso lattica, cioè simile allo yogurt, oppure acetica, più vicina all’aceto, a volte con note selvatiche molto pronunciate. Nella IGA l’acidità c’è, ma sostiene il frutto senza dominare. La differenza non è sottile: una sour ti colpisce con l’acidità fin dal primo sorso, una IGA ti avvolge con il frutto e con il richiamo vinoso.

Le birre fruttate tradizionali, invece, hanno spesso un frutto percepito come diretto, dolce e quasi “aggiunto”. Nelle IGA il frutto è vinoso e fermentativo, con una complessità che ricorda più il vino che lo sciroppo. La birra IGA sta nel mezzo tra questi due mondi, ed è esattamente questo il suo fascino: non si lascia definire facilmente, ma si riconosce subito.

I vitigni italiani che entrano in birra

Uve a bacca bianca: freschezza e note floreali

Moscato, Malvasia, Vermentino, Chardonnay, Pinot Bianco: questi vitigni portano nelle IGA profumi nitidi di pesca, albicocca, frutta tropicale e a volte sfumature floreali o di mandorla. Le birre prodotte con uve bianche hanno colori che vanno dal paglierino al dorato e un carattere fresco, leggero e immediato.

La Ribò di Gjulia l’abbiamo assaggiata di persona. È prodotta con Ribolla Gialla, vitigno autoctono del Friuli, e nel bicchiere si sente davvero il vitigno: non come una nota aggiunta, ma come il carattere della birra. È uno stile che funziona molto bene anche per chi di solito preferisce il vino, e la Ribolla è esattamente il tipo di uva che costruisce quel ponte. Gjulia produce anche la Grecale, con mosto di Picolit: è nella nostra lista, curiosi di scoprire cosa riesce ad aggiungere al bicchiere un vitigno così raro.

Uve a bacca rossa: frutto, colore e struttura

Cannonau, Sangiovese, Barbera, Primitivo, Pinot Nero: con questi vitigni arrivano ciliegia, fragola, frutti di bosco, marasca, e a volte sensazioni più scure e vinose. Il colore cambia in modo significativo: tonalità ramato, rubino, fino al marrone scuro nelle versioni più intense. Il corpo è più presente, la chiusura più strutturata.

L’Italia ha una varietà di vitigni autoctoni che è tra le più ricche d’Europa. Per i birrai che vogliono lavorare con la birra alla vinaccia o con mosto fresco, questo è un patrimonio di materie prime unico al mondo.

Birra IGA nel Nord-est: Picolit, Glera e i birrifici del Friuli e del Veneto

Friuli: terra di vini bianchi che entrano in birra

Il Friuli-Venezia Giulia è una delle regioni vitivinicole più importanti d’Italia, con vitigni autoctoni come il Friulano, la Ribolla Gialla e il Picolit che hanno una storia secolare. La scena brassicola artigianale friulana conta decine di birrifici attivi, molti dei quali hanno avviato collaborazioni dirette con viticoltori locali, un dialogo tra i due mondi che era difficile immaginare vent’anni fa. Era naturale, prima o poi, che queste strade si incontrassero nella IGA.

Le IGA friulane meritano un approfondimento a parte: nei prossimi mesi le racconteremo attraverso le recensioni dei birrifici e delle birre che visitiamo e assaggiamo di persona.

Dove trovare IGA birra a Treviso e nelle colline del Veneto

Il Glera è il vitigno alla base del Prosecco, coltivato nelle colline tra Treviso e Belluno, nelle aree che oggi portano il marchio UNESCO delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. Al naso porta mela verde, pera, fiori bianchi e una freschezza vivace che lo rende immediatamente riconoscibile. Usato in una IGA, contribuisce con delicatezza: non trasforma la birra in Prosecco, ma aggiunge un carattere elegante e fragrante che si integra bene con il resto della birra.

Nel Trevigiano, la vicinanza tra vigneti e birrifici artigianali ha creato terreno fertile per collaborazioni tra birrai e viticoltori. Il Birrificio 17, a Castello di Godego in provincia di Treviso, produce Merla: una IGA con uve Merlot, frutti rossi, corpo medio, chiusura vinosa. Non l’abbiamo ancora assaggiata di persona, ma è nella nostra lista: il territorio è quello giusto, e la scelta del vitigno ci incuriosisce. Le taproom dei birrifici del Nord-Est sono spesso a pochi chilometri dai vigneti che forniscono le uve. Se vuoi sapere di più sulla birra artigianale italiana, leggi il nostro articolo Birra artigianale in Italia: da dove cominciare.

Come berla, abbinarla e dove trovarla di persona

Per la temperatura di servizio, I birrai consigliano di servirla intorno agli 8-12 °C, a seconda della struttura della birra: leggermente più alta di una lager industriale. Questo permette agli aromi di esprimersi pienamente, soprattutto nelle versioni con uve aromatiche. Il bicchiere consigliato è un tulipano o un calice vinoso, che concentra i profumi e accompagna bene sia le versioni leggere con uve bianche sia quelle più strutturate con uve rosse.

Per gli abbinamenti, la regola più semplice è seguire il vitigno. Una IGA con uve bianche funziona bene con formaggi freschi, carpaccio di pesce, frittura leggera, piatti con agrumi o erbe aromatiche. Cerca il contrasto tra la freschezza acida della birra e la grassezza del cibo: il risultato è quasi sempre piacevole. Una IGA con uve rosse, invece, regge meglio i salumi stagionati, come un prosciutto di Sauris o una sopressa veneta, oltre a carni al forno e formaggi a pasta semidura. Il carattere più vinoso e strutturato di queste versioni bilancia i sapori intensi senza essere sopraffatto.

Il posto migliore dove assaggiare una birra IGA birra in Friuli e Veneto è, quasi sempre, la taproom del birrificio che la produce. Molte IGA sono produzioni stagionali o limitate, legate all’annata delle uve: difficile trovarle altrove. Quando visiti un birrificio di Friuli o Veneto, chiedi sempre se hanno una Italian Grape Ale in produzione o in stagione: spesso non compare nemmeno sul menu, ma è lì, in un fusto, ad aspettare chi sa fare la domanda giusta.

Curiosità e domande comuni sulla birra IGA

Cos’è la birra IGA?

IGA sta per Italian Grape Ale: è uno stile di birra ad alta fermentazione che include uva o un suo derivato tra gli ingredienti. Non è una birra alla frutta, né un ibrido improvvisato: è uno stile codificato e riconosciuto internazionalmente dal BJCP dal 2015. È nato in Italia, e il Nord-Est è una delle aree dove si producono alcune delle versioni più interessanti.

La IGA è adatta anche a chi di solito beve vino?

Sì, spesso più di quanto ci si aspetti. Le versioni prodotte con uve bianche, come la Ribolla Gialla, sono fresche e fruttate, con un carattere che parla anche ai bevitori di vino. Chi non è abituato all’amarezza delle birre più luppolate trova nella IGA un ingresso morbido nel mondo della birra artigianale.

Come si abbina la IGA a tavola?

Segui il vitigno. Con uve bianche: formaggi freschi, pesce, frittura leggera. Con uve rosse: salumi stagionati, carni al forno, formaggi a pasta semidura. La freschezza acida della birra lavora bene a contrasto con la grassezza del cibo.

Dove posso trovare una IGA in Friuli e in Veneto?

Il posto migliore è la taproom del birrificio che la produce. Molte IGA sono stagionali, legate all’annata delle uve, e difficili da trovare altrove. Quando visiti un birrificio in Friuli o in Veneto, chiedi sempre: spesso non compare sul menu, ma c’è.

IGA e sour sono la stessa cosa?

No. La sour punta sull’acidità come elemento dominante, decisa e presente fin dal primo sorso. Nella IGA l’acidità c’è, ma resta in sottofondo, a sostenere il frutto e la componente vinosa. Sono esperienze molto diverse nel bicchiere.

Hai già assaggiato una IGA prodotta con uve del tuo territorio? Ogni stagione i birrifici escono con qualcosa di nuovo, e vale sempre la pena chiedere. Faccelo sapere: scrivici a hello@beersandtips.it.

Quello che ci portiamo a casa:

  • La IGA è uno stile nato in Italia nel 2006 e riconosciuto a livello internazionale nel 2015: una delle poche certificazioni di originalità della birra artigianale italiana. Il carattere nel bicchiere dipende dall’uva: con uve bianche si va verso freschezza e profumi floreali, con uve rosse verso frutto e struttura. 
  • Non è uno stile per soli appassionati: chi ama il vino, soprattutto i bianchi freschi, trova nella IGA un punto d’incontro naturale. 
  • In Friuli e Veneto, la biodiversità dei vitigni autoctoni, dalla Ribolla Gialla al Glera, è una risorsa unica per i birrifici che vogliono costruire IGA con un’identità di territorio. 
  • Le migliori IGA spesso non si trovano in bottega: cercale nelle taproom dei birrifici, specialmente nelle stagioni in cui le uve sono fresche.
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